Un giorno in India
Suoni, colori e sapori dal subcontinente. Un viaggio di tre settimane raccontato nel video di Daniel Klein e Mirra Fine.
Suoni, colori e sapori dal subcontinente. Un viaggio di tre settimane raccontato nel video di Daniel Klein e Mirra Fine.

Le mura della fortezza di Kumbhalgarh, nello stato del Rajasthan nell'India occidentale, con i loro 36 chilometri di estensione sono il secondo vallo più lungo sulla terra.
La fortezza è stata costruita per volere del sovrano Rana Kumbha a partire dall'anno 1443.
Il progetto deciso da Nuova Delhi di incanalare il Gange con decine di dighe preoccupa centinaia di devoti sandhu.
Più della motivazione ecologica può quella religiosa. A spingere gli attivisti sarebbe la preoccupazione di vedere minacciato il fiume sacro e la sua personificazione nella dea Devi.
China Files racconta la presa di coscienza e le lotte per i diritti dei lavoratori nei paesi emergenti asiatici, in occasione della Festa del lavoro.
I confini dell'Eldorado a basso costo asiatico si stanno stringendo. Se la crisi negli Stati Uniti e nel vecchio continente ha scaturito proteste su larga scala contro un sistema finanziario globale che impone rigore, disoccupazione e rinuncia di diritti storici alla manodopera del primo mondo, in Asia la voce dei lavoratori inizia a coprire l'etichetta di "fabbrica del mondo" imposta dall'alto.
Scioperi, sindacati, minimo salariale, maternità, mobilità, previdenza sociale: sono queste le parole chiave della sterminata forza lavoro asiatica. Dai giganti Cina ed India, passando per i paesi-orbita del miracolo economico asiatico, le classi dirigenti sono costrette a scendere a patti con le richieste dei veri artefici della crescita del Pil, ingolositi da un innalzamento dello stile di vita e decisi ad evitare ai propri figli un destino di sacrifici e sudore.
Secondo il rapporto di SophosLabs è l'India la principale fonte di spam su internet. Seguono Stati Uniti e Corea del Sud.
L'Italia è al sesto posto in questa speciale classifica dei paesi che più contribuiscono a inondare email e social network di pubblicità non richieste.

Vanity Fair alla scoperta degli studios più estesi del pianeta. La risposta dell'Andhra Pradesh a Bollywood.
Ecco Ramoji Film City, a pochi chilometri da Hyderabad.
For years, Bollywood, India's Mumbai-based film industry, has been pumping out twice as many movies as Hollywood. But its southern rival, Tollywood (named for the local language, Telugu), is home to the largest studio complex on the planet-Ramoji Film City, a 1,666-acre, 47-soundstage, one-stop production facility in Hyderabad that is one of the country's top tourist attractions. Meeting its chairman, Ramoji Rao, Pico Iyer explores India's enduring fascination with epic scale, and Robert Polidori captures the splendor of this vast mythmaking machine.
La nazionale indiana minaccia il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Londra 2012 per colpa di uno degli sponsor.
La Dow Chemical, colosso della chimica, è infatti proprietaria del marchio Union Carbide che nel 1984 causò l'incidente di Bhopal in cui morirono oltre 20.000 persone in seguito alla fuoriuscita di una nube tossica di Sevin.

Tre esplosioni in diversi punti della città hanno provocato oltre dieci morti e almeno cento feriti. Secondo le prime notizie gli ordigni rudimentali impiegati nell'attentato sono di solito usati dai gruppi estremisti islamici.
Sul Guardian la diretta sugli attacchi terroristici.
E' la più lunga recinzione del mondo. Un confine di più di 2.800 chilometri per cui sono stati spesi un miliardo e duecento milioni di dollari. Un muro che ha un'unico scopo, tenere l'India protetta dall'immigrazione proveniente dal Bangladesh.
Dal 2000 i soldati di Nuova Delhi hanno ucciso più di mille persone che tentavano invano di attraversarlo, rendendolo di fatto uno dei più sanguinosi confini esistenti.

Mentre a Mumbai si sta disputando la finale della coppa del mondo di cricket tra due dei tre paesi ospitanti, Sri Lanka e India, in piazza Dante la comunità cingalese napoletana segue la partita sul maxischermo.

L'India vince la finale a Mumbai della coppa del mondo di cricket contro i co-organizzatori della Sri Lanka. La nazionale indiana mancava l'appuntamento da 28 anni.
Non me ne voglia Clint, ma credo che 32 morti e 45 feriti Irakeni meritino più considerazione.
Aggiornamento: a quanto pare il bilancio delle vittime è terribilmente aumentato superando i cento morti.

L'India batte il Pakistan per 29 runs e raggiunge la finale del campionato del mondo di cricket per la terza volta. Sfiderà tra tre giorni a Mumbai lo Sri Lanka, entrambi paesi organizzatori e vincitori di un'edizione a testa.
C'è almeno un punto su cui il fronte dei pacifisti ha assolutamente ragione, gli interessi in Libia giocano un ruolo fondamentale. E questo vale per tutti gli schieramenti.
Se Russia, Cina, India, Germania e Brasile si sono astenute in Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite lo hanno fatto non certo per amore della fratellanza dei popoli, ma altresì per specifici interessi economici e geopolitici.
La Russia ha ancora il dente avvelenato per aver dovuto rinunciare a milioni di euro di commesse militari in Libia.
La Cina mal sopporta le rivolte africane. La paura che la democrazia dilaghi mina la sua stabilità interna e rischia di indebolire la sua penetrazione nel continente.
L'India persegue la sua politica di neutralità terzista portata avanti sin dalla fine della seconda guerra mondiale alla testa dei paesi non allineati.
Il Basile ha sempre più bisogno di smarcarsi, senza contrapporsi frontalmente, dal potente alleato nordamericano per ritagliarsi il suo spazio di manovra come potenza regionale emergente.
In Germania si sente odore di elezioni.
In molti di questi paesi poi esistono forti componenti secessioniste che mosse dagli sviluppi politici nel mondo arabo potrebbrero generare nuove fonti di instabilità. Pensiamo alla Cecenia, agli Uiguri e al Tibet, solo per citare i più noti.
Persino nel nostro piccolo giardinetto recintato di prostitute e ricatti federalisti l'unico interesse della Lega Nord contro l'intervento militare è dettato dalla mera paura di ondate immigratorie.
Sarebbe stupido negare che anche l'occidente ha il suo interesse ad essere presente in Libia, ma non bisogna dimenticare che già da anni faceva affari con il rais di Tripoli e con enorme profitto.
L'intervento militare non è privo di rischi, ma è probabilmente la scelta più giusta - e forse tardiva - sul piatto delle opzioni.
La via politica e diplomatica è fallita per l'impermeabilità di Gheddafi alla trattativa. Più volte e da più parti pressioni e offerte di uscite di scena onorevoli sono state poste di fronte al rais e tutti conosciamo le sue risposte, un misto di minacce e farneticamenti.
La guerra civile mieteva vittime inermi ben prima che gli aerei della coalizione scaldassero i motori.
La no fly zone per essere imposta ha bisogno di smantellare la capacità dell'avversario di accedere liberamente al cielo e inibire i suoi tentativi di forzare il blocco, per questo è necessario rendere inoffensive basi, aerei, postazioni mobili e contraerea del nemico. E lo si fa sganciando bombe, disturbando le comunicazione e lanciando razzi.
Giovedì il colonnello Gheddafi era sul punto di schiacciare in modo definitivo la rivolta e aveva iniziato a mettere in pratica la minaccia di stanare e giustiziare i ribelli. Oggi il rischio maggiore è che lo scenario di guerra possa di nuovo impantanassi in uno stallo con una nuova, ma non decisiva, avanzata del fronte rivoluzionario.
La missione, al contrario della guerra del 2003 mossa contro Saddam Hussein, ha il preventivo avvallo delle Nazioni Unite, l'esplicita richiesta dei rivoltosi e il benestare della Lega Araba con tanto di aerei del Qatar che prendono parte all'operazione Odyssey Dawn. I recenti ripensamenti di quest'ultima vanno letti nell'ambito della strategia di tenere il piede in due staffe: non scontentare i popoli arabi desiderosi di riforme e democrazia, ma neppure gettare troppa enfasi sull'invio della cavalleria. In fondo molti dei membri del consesso sono alle prese con manifestazioni analoghe e rivolte interne che potrebbero degenerare e richiedere nuovi interventi mirati.
Qui non si tratta di esportare la democrazia bensì di proteggere un popolo che ha chiesto il nostro aiuto per mettere fine ai massacri, gettando quindi le basi per attuare in futuro quelle riforme che creino le potenzialità per un ripristino dei diritti umani.
Restano i dubbi se l'intervento militare sortirà gli effetti previsti, come anticipato prima non è detto che i ribelli siano in grado di sconfiggere le truppe lealiste sul campo. Eppure proprio l'intervento potrebbe sortire effetti prima insperati di nuove e determinanti defezioni tra le file del regime. E se anche tutto dovesse concludersi per il meglio rimane il dubbio su quale volto assumerà la Libia di domani. Anche se a bocce ferme un mondo in cui Gheddafi non può più nuocere è sempre preferibile a quello in cui il colonnello ha in mano le leve del comando.
Restare a guardare il massacro libico senza alzare un dito sarebbe, al netto di ogni interesse, ignavia.
Reiterare gli errori di un passato di disimpegno di fronte a massacri di civili, basti pensare al Ruanda, sarebbe stato inaccettabile.