tizianocavigliablog
Europeista d'antan.

E alla fine arriva Julia Gillard 08.09.10

Brisbane

Fatevi un caffè, ché questo post sarà lungo come lunga è stata l’attesa. Sono passati diciassette giorni dalle elezioni australiane. E solo oggi, finalmente, posso dirvi chi formerà un governo. Abbiamo già parlato degli eventi che hanno portato alla deposizione del primo ministro Kevin Rudd da parte della sua vice Julia Gillard e, successivamente, alle elezioni anticipate (se pur di pochi mesi).

Col senno di poi, viene da chiedersi se effettivamente sia stata una buona mossa o meno. Certo, il gradimento di Kevin Rudd era colato a picco nel giro di pochi mesi. Ma molti credono che Kevin alla fine avrebbe potuto ottenere la riconferma, improntando la campagna elettorale sui numerosi risultati ottenuti nei due anni e mezzo del suo governo, sull'affidabilità, sulla continuità. Cosa che, invece, Julia Gillard non ha potuto fare, giacché ogni riferimento ai risultati ottenuti dal Labor nel triennio precedente non faceva che ricordare agli elettori quello che il candidato liberale Tony Abbott, pur esagerando, ha definito "l'assassinio politico del primo ministro". Inutile dire che l'affaire Rudd è stato l'arma principale dell'opposizione – se non l'unica – durante la campagna elettorale: "come ci si può fidare di un partito e di una candidata premier che fanno fuori il proprio primo ministro, al primo mandato, nel giro di poche ore?"

Dopo una settimana di campagna elettorale, infatti, Julia Gillard già si trovava ad inseguire nei sondaggi. E Kevin Rudd, reduce da un'operazione chirurgica, è stato dimesso in fretta e furia per poter dare il suo contributo alla campagna elettorale. A sentirlo parlare, dopo essermi abituato alla Gillard, mi sono chiesto cosa sia passato per la testa delle gerarchie laburiste quel giorno di giugno. Non che Rudd sia Obama, ma ha un carisma di gran lunga superiore alla Gillard, non c'è partita. La campagna è stata tutt'altro che entusiasmante. I candidati premier erano entrambi al massimo pesi medi della politica. Basti dire che di 30 pubblicità elettorali del centro-destra, 29 parlavano negativamente del governo, e di 26 pubblicità dei laburisti, 19 lanciavano messaggi negativi sull'avversario. Insomma, una noia mortale fatta di poca sostanza, tanti slogan ripetuti a pappagallo, tanta cautela, e tanto fango lanciato da un lato e dall’altro.

Il 21 agosto, finalmente, si è andati alle urne. Ho accompagnato la mia ragazza alla West End State School. Coda di elettori sotto il sole primaverile, banchetti dei vari partiti che davano volantini senza insultarsi. Genitori e bambini che vendevano hot dog, hamburger, fette di torta e bibite. Per le scuole è una buona occasione per raccogliere un po' di fondi. Nell'enorme palestra le schiere di cubicoli per votare. Il lenzuolo bianco con i candidati del senato, la piccola scheda verde per la camera.

Il sistema politico Australiano affonda le sue radici nella tradizione di Westminster, e tende a favorire i due grandi partiti, l’ALP, Australian Labor Party, e la cosiddetta Coalition, una stabile alleanza fra il Liberal Party (conservatori più o meno liberali) e il National Party (partito conservatore nato dalle ceneri del Country Party, che tradizionalmente rappresenta gli interessi dell'Australia rurale). Per i nerd della politica, il sistema elettorale è uninominale maggioritario, a collegio unico, con voto trasferibile (o preferenza multipla).

Ma veniamo ai risultati. Già la sera delle elezioni si è capito che il governo laburista rischiava grosso. Uno ad uno, i seggi in dubbio passavano puntualmente nella colonnina blu. Tuttavia l'opposizione liberale non sembrava in grado di sfondare. A sfondare erano invece i verdi, che oltre ad ottenere il record storico di voti, già quella sera potevano festeggiare l'elezione del loro primo deputato alla camera, Adam Bandt, eletto a Melbourne, storicamente seggio ultra-sicuro per i laburisti. Un altro seggio tradizionalmente dato per scontato, quello di Denison, in Tasmania, sfuggiva di mano al Labor, incoronando l'indipendente Andrew Wilkie. Altri tre indipendenti venivano confermati nei loro elettorati rurali. Alla fine della serata restavano in dubbio cinque seggi, e l'unica certezza era che difficilmente uno dei due grandi partiti avrebbe ottenuto il numero magico, 76, necessario a formare un governo.

Julia Gillard pronunciava un discorso cauto con qualche timida apertura e qualche timido mea culpa, mentre Tony Abbott cantava neanche troppo velatamente vittoria dicendo che il governo era stato battuto e aveva perso ogni legittimità. Forse un po' prematura, come uscita, visto che non aveva i numeri neanche lui.

Dopo circa una settimana non restavano più dubbi, i numeri erano 72 seggi per i laburisti, 73 per la coalizione di centro-destra, 1 per i verdi, e 4 indipendenti. Per quanto riguarda il senato, avremo invece 34 liberal-nazionalisti, 31 laburisti, 9 seggi per i verdi, uno per il minuscolo Democratic Labor Party, e un indipendente. Tuttavia è alla camera bassa che si fanno i giochi per formare un governo, dato che il bicameralismo qui non è "perfetto" come in Italia, ma prevede competenze ben distinte per le due camere.

Nelle ultime due settimane, quindi, gli indipendenti sono stati protagonisti di interminabili negoziati con i due grandi partiti, determinati ad assicurarsi i 76 seggi necessari a formare un governo. Il primo punto lo ha messo a segno giovedì scorso la Gillard, firmando un accordo con Bandt e i verdi, e riuscendo quindi a pareggiare il conto dei seggi. Il giorno successivo l'indipendente Andrew Wilkie, dopo aver a lungo trattato con ambo le parti, ha firmato un accordo garantendo il suo sostegno ai laburisti. Sorpasso. A quel punto tutto era nelle mani di tre uomini che nelle ultime settimane hanno catalizzato l’attenzione dei media, e che, uniti dalla loro determinazione a difendere gli interessi delle zone rurali che rappresentano, si sono stretti insieme nei negoziati per evitare di farsi mangiare vivi dai grandi partiti. Rob Oakeshott, Tony Windsor, e Bob Katter. I primi due sono politici fieramente indipendenti ed estremamente pragmatici, difficili da inquadrare con le categorie classiche della politica del novecento. Il terzo è un fenomeno di costume squisitamente australiano che meriterebbe un post tutto per lui. Rampollo di una famiglia di proprietari terrieri e mercanti di bestiame di origine libanese, ma australiano di quarta generazione, Bob "The Mad Hatter" Katter sfoggia sempre un caratteristico akubra da vaccaro, ed è uno che non le manda a dire. Per capirlo, bisogna tenere conto del fatto che è stato rieletto con maggioranza schiacciante nell'elettorato di Kennedy, una circoscrizione più estesa della Spagna nella quale risiedono appena 94.000 votanti. Il suo cavallo di battaglia è salvare l'Australia rurale, e se da un lato spinge l'etanolo e le rinnovabili, dall'altro è scettico sul cambiamento climatico. Ed è un conservatore secco, per nulla liberale, tanto di invocare politiche protezioniste.

I tre indipendenti hanno preso la loro responsabilità molto seriamente, esigendo l'accesso a un gran numero di documenti per poter prendere la decisione migliore. Cosa che ha evidenziato un buco da 11 miliardi di dollari nei preventivi della coalizione di centro-destra. Moltissimi, comunque, erano i temi sul tavolo delle trattative. Il principale, visti gli elettorati che questi signori rappresentano, era la sopravvivenza dell'Australia rurale. A questo proposito sia i laburisti che il centro-destra hanno subito garantito misure ad hoc. Nel frattempo i giornali più conservatori sostenevano che i tre dovessero sostenere Abbott in virtù della natura tendenzialmente conservatrice dei loro elettorati.

Ieri si attendeva la decisione dei tre. Conferenza stampa convocata per le tre. Poi, all'una e mezza, colpo di scena: Bob Katter ha accolto i giornalisti nel suo ufficio annunciando il suo sostegno per la Coalition. Per un attimo mi sono tremate le gambe. Poi, però, ho pensato – o sperato – che la conferenza stampa solitaria di Katter fosse un segno di rottura con i suoi due colleghi. E, fortunatamente, così è stato. Alle tre Rob Oakeshott e Tony Windsor hanno sviscerato, nel corso di una lunga conferenza stampa, le ragioni per il loro sostegno ad un governo laburista.

Un certo peso lo ha avuto la questione della stabilità (i laburisti si erano già assicurati 74 voti, e al Senato, per i prossimi tre anni, non passerà niente senza il nullaosta dei verdi), ma la cosa più esaltante è che i criteri principali che hanno orientato la scelta di Windsor e Oakeshott sono stati la banda larga e il cambiamento climatico. Alla faccia di chi pensava di aver a che fare con sempliciotti e bifolchi di campagna. Salvo tragedie, quindi, prenderà il via il grande progetto dell'amministrazione Rudd, una rete nazionale a banda larga in fibra ottica, in grado di portare un'infrastruttura vitale in quelle zone rurali ed isolate dove l'economia di mercato non potrebbe mai portarla. Vedremo una commissione parlamentare sul cambiamento climatico già nel prossimo paio di mesi. Insomma, ci sono già diversi motivi per essere ottimisti.

Tuttavia i quattro indipendenti e il deputato verde Adam Bandt hanno ripetutamente sottolineato il punto fondamentale di questo risultato elettorale: la gente ha punito severamente i laburisti (-5,4%), e tuttavia non ha premiato particolarmente la coalizione di centro-destra (+1,5%) bensì i verdi (+4%) e gli indipendenti (con Wilkie che si unisce agli altri tre, i quali hanno visto crescere i loro margini di vittoria). Il messaggio è abbastanza chiaro, la gente è stanca del bipartitismo spinto. Persino Bob Katter parla di "un sistema di duopolio vetusto, da diciannovesimo secolo, che non vige più nemmeno in Inghilterra. Ce l'hanno in America, ma in America non si vota per forza secondo i dettami del partito". Intanto da noi Veltroni manda lettere aperte in cui auspica "un bipolarismo maturo"...

Gli indipendenti hanno già strappato importanti accordi per un'ampia riforma parlamentare che spezzi questo duopolio, favorendo una pluralità di voci in parlamento, andando a modificare ad esempio le norme che regolano la discussione dei disegni di legge presentati dai partiti minori e dagli indipendenti.

I prossimi tre anni quindi sono una grande incognita. Un governo tenuto a bada da un parlamento che riunisce forze e competenze disparate è una grande opportunità per fare le cose in modo pragmatico e lasciar perdere l'ideologia. D'altro canto, gli incompetenti sono dappertutto, e con un solo voto di maggioranza il rischio di una crisi sarà sempre dietro l'angolo. Nella migliore delle ipotesi il governo laburista saprà coniugare le proposte dei verdi e le necessità delle aree rurali, dell'agricoltura e dell'industria mineraria. Saranno tre anni esaltanti se la Gillard giocherà bene le sue carte e se i laburisti si lasceranno alle spalle le guerre di correnti e si abitueranno alla trattativa.

Riguardo i verdi, sono di fronte a un bivio storico. Se sapranno completare la trasformazione da movimento di protesta in partito serio, in grado di saper scegliere le proprie battaglie con senso strategico, se sapranno portare a casa punti importanti su energia e cambiamento climatico, se sapranno dimostrare che ci può essere sinergia fra politiche ambientaliste, energie rinnovabili, industria e mondo del lavoro, allora potranno diventare parte integrante della politica australiana sul lungo termine e accrescere ancora la propria influenza. Se invece cadranno nelle ataviche tentazioni sinistrorse dell'ostruzionismo e dello snobismo, impuntandosi sull’ideologia e sui temi di nicchia, potrebbero implodere come è successo all’ex terzo partito del paese, i Democratici: 12,6% nel 1990, scomparsi dal parlamento alle ultime elezioni e ridotti oggi allo 0,2%.

Insomma, comunque vada ci attendono scenari nuovi. Potrebbe andare alla grande. Potrebbe essere un disastro e consegnare il paese ai liberali alle prossime elezioni. L'importante, stavolta, era non consegnarlo ad Abbott e alla frangia più estremista ed imbarazzante del centro-destra. Per il momento, tragedia scampata.

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