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Tempesta di cervelli.

Perché non serve un ministro di internet 16.11.11

Scrive il Corriere della Sera,

Mentre si consumano le consultazioni per il nuovo governo Monti sembra lecito lanciare un seme per il futuro dell'Italia e della crescita del Pil, la cui debolezza è il vero cancro del bilancio pubblico, dell'occupazione e della speranza: anche se la bulimia dei prodotti tecnologici a cui ci ha abituati il consumismo 2.0 ci trasmette l'idea di un settore più che altro merceologico, l'economia digitale ha ormai uno status nobile di cui vale la pena interessarsi. Secondo le più recenti analisi di McKinsey l’industria del web in Italia rappresenta ormai il 2% del Pil, cioè oltre 30 miliardi di euro, e per Marc Vos, managing director di Boston Consulting Group, si stima un solido 4% entro il 2015. Poco? Oggi l'Agricoltura – che ha un proprio ministero – rappresenta il 2,63% del Pil (dati Istat). E dunque è probabile che nella prossima legislatura avvenga il sorpasso: più Internet, meno cabernet, rielaborando un vecchio e famoso graffito popolare.

Perché allora non iniziare a pensare a un ministro di Internet, anche senza portafoglio? In vista delle prossime elezioni potrebbe essere una bella provocazione. Se verranno rispettate le condizioni migliori prospettate dal rapporto Bcg tra il 2009 e il 2015 il tasso di crescita del settore in Italia potrebbe essere del 18% annuo.

E' un'idea tanto stupida quanto la proposta di un nobel a internet.
Internet non è un industria. E' una piattaforma neutra, transnazionale e indipendente. E' un insieme di protocolli e infrastrutture che veicola un'universalità di prodotti e servizi non omogenei o obbligatoriamente a scopo di lucro.
Internet non è nemmeno un settore economico come invece lo è l'esempio portato a sproposito dell'agricoltura. Semmai è un metamedium che indirettamente permette a settori non complementari pubblici e privati di agire come potenziali competitor mondiali senza il bisogno di creare necessariamente reti di distribuzione capillari.

Dovrebbe essere inutile ricordare che sia il sostegno alle start up - che agiscano su internet, in tv, alla radio o con reti di distribuzione fisiche - sia lo sviluppo delle linee guida per le infrastrutture di rete sono già materia per il ministro dello Sviluppo Economico. Mentre l'eventuale grado di neutralità della rete viene garantito a livello internazionale da un insieme di attori non soltanto politici.

La crescita non si risolve proponendo di mettere in piedi l'ennesimo carrozzone ministeriale. Nel paese si tornerà a parlare di sviluppo quando serietà e competenza incideranno più di demagogia e pressapochezza.

All'Italia non serve un ministro di internet semmai una maggiore conoscenza della stessa, che si risolve con un corso di due ore settimanali in reti informatiche. E sì da introdurre anche al liceo classico.