tizianocavigliablog
Ha studiato legge con Murphy.

La rivoluzione (mancata) islandese 20.02.14

La mitizzazione del caso Islanda durante la crisi finanziaria, additata da alcuni come la paladina della battaglia contro il capitalismo finanziario internazionale e promotrice della rinascita della democrazia diretta, alla luce del fallimento della stesura di una Costituzione attraverso i social network, con la moneta più debole d'Europa, la zavorra dei mutui capestro e di un immenso debito da ripagare, l'invariata situazione politica e il potere oligarchico di una manciata di famiglie in un lungo articolo su Internazionale.

È stata una fantasia consolatoria anche pensare che esistesse una via islandese al capitalismo, e che l'Italia, la nona potenza industriale del pianeta, potesse imparare qualcosa da una nazione che ha lo stesso pil del Congo. Non c'è stata nessuna sfida islandese alla finanza internazionale, soltanto una prima disinvolta e poi fraudolenta gestione degli strumenti finanziari da parte delle banche islandesi; e la comprensibile tendenza di molti cittadini islandesi a non fare troppe domande, per non spezzare l'incantesimo. "A un certo punto, un po' prima della bancarotta", mi ha detto Ragga, "era diventato abbastanza chiaro che non poteva continuare così. E allora la gente non ha rallentato: ha accelerato, ha fatto ancora più debiti, ha comprato ancora più cose, è partita per le Canarie. Passava l'ultimo treno, era da idioti perderlo".

La democrazia diretta è la medicina per curare questa malattia così caratteristicamente umana, l'amore per il denaro? Possibile, ma poco probabile. In ogni caso, a cinque anni dalla bancarotta, l'esperimento islandese – la costituzione riscritta dai cittadini, l'assemblea permanente su internet e nessuna pietà (nessuna giustizia) per i creditori – non sembra aver avuto successo.