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I post con tag "Fotografia" archivio

Joel Meyerowitz il mago del colore della street photography

Wow   11.07.26  

Le città cambiano continuamente. Mutano gli edifici, le strade, i mezzi di trasporto e le abitudini delle persone. Ma ciò che rende davvero visibile questa trasformazione è lo sguardo di chi le osserva con attenzione. Attraverso l'obiettivo del fotografo statunitense Joel Meyerowitz, la street photography diventa uno straordinario archivio della memoria urbana, capace di raccontare oltre sessant'anni di evoluzione sociale e culturale tra New York, Parigi e molte altre metropoli. Considerato uno dei grandi maestri della fotografia di strada, Meyerowitz ha iniziato a fotografare nei primi anni Sessanta, in un periodo di profonde trasformazioni. Le sue immagini catturano la vitalità delle città del dopoguerra, quando i marciapiedi erano il luogo privilegiato degli incontri, delle conversazioni e dell'imprevedibilità. Ogni fotografia restituisce un frammento di quotidianità: uno sguardo fugace, un gesto spontaneo, un bambino che gioca, un passante immerso nei propri pensieri. È proprio questa apparente normalità a trasformarsi, col passare del tempo, in una preziosa testimonianza storica.

Uno degli aspetti più innovativi del lavoro di Meyerowitz è stato l'utilizzo del colore in un'epoca in cui la fotografia d'autore privilegiava ancora il bianco e nero. Seguendo la strada aperta da pionieri come William Eggleston e Stephen Shore, dimostrò che il colore non era un semplice elemento decorativo, ma uno strumento narrativo. Le insegne luminose, gli abiti, i riflessi delle vetrine e le luci del traffico diventano parte integrante del racconto visivo, contribuendo a restituire la complessità emotiva dello spazio urbano.
Le sue fotografie documentano anche il cambiamento del rapporto tra le persone e lo spazio pubblico. Negli anni Sessanta e Settanta la strada era un luogo aperto, dove il fotografo poteva muoversi quasi inosservato e cogliere scene spontanee. Oggi, invece, la diffusione delle telecamere, degli smartphone e di una maggiore consapevolezza della privacy ha modificato profondamente il modo di vivere e fotografare la città. Lo stesso Meyerowitz ha spesso sottolineato come sia diventato più difficile catturare quell'innocenza e quella naturalezza che caratterizzavano i suoi primi lavori.

Le sue immagini raccontano anche le tensioni e le contraddizioni della società contemporanea, come suggerisce SLICE Who?. Attraverso il susseguirsi delle mode, delle automobili, delle architetture e dei comportamenti, emerge una cronaca silenziosa dei cambiamenti culturali, delle lotte sociali e delle trasformazioni economiche che hanno attraversato il secondo Novecento e l'inizio del XXI secolo. La fotografia di strada diventa così uno strumento di osservazione privilegiato della storia, capace di registrare ciò che spesso sfugge ai grandi eventi ufficiali.

Meyerowitz ha sempre adottato un approccio profondamente umanista. Al centro delle sue immagini non ci sono i monumenti o gli skyline, ma le persone che abitano la città. Il suo interesse è rivolto alle relazioni, agli incontri casuali, ai piccoli eventi che rendono unico ogni istante della vita urbana. Le strade diventano un palcoscenico in cui ogni individuo, anche inconsapevolmente, interpreta una parte di una rappresentazione collettiva.

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Il racconto dissacrante della quotidianità nella fotografia di Martin Parr

Wow   08.07.26  

Martin Parr è stato uno dei fotografi documentaristi più influenti e riconoscibili degli ultimi cinquant'anni. Con il suo stile inconfondibile, fatto di colori saturi, flash aggressivi e inquadrature apparentemente banali, ha trasformato la quotidianità in un racconto ironico, dissacrante e profondamente umano. Le sue fotografie non cercano il momento eroico o l'evento straordinario: osservano spiagge affollate, centri commerciali, pranzi di famiglia, turisti, supermercati e vacanze organizzate, rivelando le contraddizioni della società occidentale contemporanea.

Parr ha sempre sostenuto che il mondo è intrinsecamente comico. Se non ci ridi sopra, ti viene da piangere, affermava, sottolineando come l'umorismo rappresenti un modo per affrontare le grandi inquietudini del nostro tempo, dal consumismo alla crisi climatica, fino alle tensioni politiche. Le sue immagini non sono mai semplici caricature: dietro il sorriso suscitato da un dettaglio buffo o da una situazione grottesca si nasconde una riflessione sul comportamento umano, sulle abitudini collettive e sul modo in cui costruiamo la nostra identità attraverso gli oggetti e i consumi.

Come racconta Louisiana Channel, la sua carriera iniziò con il bianco e nero, impiegato per raccontare la società britannica con uno sguardo partecipe e documentaristico. Il passaggio al colore, nella metà degli anni Ottanta, segnò però una svolta decisiva. Il colore acceso, quasi pubblicitario, divenne il linguaggio ideale per mettere in scena una critica sottile alla cultura dell'abbondanza e dell'apparenza. Parr adottò volutamente un'estetica vicina alla fotografia commerciale, utilizzando il flash anche in pieno giorno per enfatizzare texture, dettagli e colori fino a renderli quasi eccessivi. Il risultato era un'immagine che appariva familiare e allo stesso tempo straniante, capace di attirare lo spettatore e invitarlo a guardare oltre la superficie.

Tra i suoi lavori più celebri spicca The Last Resort (1983-1986), realizzato nella località balneare di New Brighton. Considerata una delle opere fondamentali della fotografia contemporanea, questa serie racconta una Gran Bretagna segnata dalla crisi economica degli anni di Margaret Thatcher. Famiglie in vacanza, bambini che giocano tra rifiuti e cemento, colori vivaci e atmosfere decadenti convivono nello stesso fotogramma. Parr stesso riconosceva che quel progetto nacque dall'incontro perfetto tra il momento storico, il luogo e la sua sensibilità di giovane fotografo arrabbiato e istintivo. È il lavoro che più di ogni altro ha definito il suo linguaggio.

Un altro aspetto fondamentale della sua opera è l'ambivalenza. Parr ha sempre dichiarato di amare e criticare contemporaneamente il proprio Paese. Questa tensione emerge chiaramente nelle sue fotografie dedicate alla Gran Bretagna, dove orgoglio nazionale, provincialismo, tradizione e modernità convivono senza mai trovare una sintesi definitiva. Anche eventi politici come la Brexit sono entrati indirettamente nel suo lavoro, non attraverso immagini esplicitamente militanti, ma mediante scene quotidiane che riflettono le contraddizioni di una società divisa. Per lui fotografare il Regno Unito era quasi una forma di terapia, un modo per elaborare sentimenti contrastanti verso il proprio Paese.

Martin Parr lascia un'eredità che va ben oltre le migliaia di immagini realizzate. Ha dimostrato che la fotografia documentaria può essere al tempo stesso divertente e profonda, popolare e sofisticata, ironica e politica. Le sue fotografie non impongono un giudizio, ma invitano a riflettere, lasciando allo spettatore la libertà di cogliere i molteplici livelli di lettura.

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Josef Koudelka il fotografo della libertà

Wow   28.06.26  

Tra i grandi maestri della fotografia del Novecento, Josef Koudelka occupa un posto unico. Nato nel 1938 a Boskovice, nell'allora Cecoslovacchia, ha costruito un linguaggio visivo inconfondibile, capace di trasformare il bianco e nero in una riflessione universale sulla libertà, sull'identità e sul senso dell'appartenenza. Le sue immagini non raccontano semplicemente luoghi o persone: evocano una condizione esistenziale, quella dell'uomo in cammino, sospeso tra memoria e futuro.

Ingegnere aeronautico di formazione, Koudelka si dedica inizialmente alla fotografia come autodidatta. Negli anni Sessanta documenta la vita delle comunità rom dell'Europa orientale, realizzando una delle serie più celebri della storia della fotografia. Lontano da ogni approccio etnografico o folkloristico, i suoi Gypsies restituiscono un mondo fatto di dignità, povertà, festa e malinconia. Le sue fotografie, caratterizzate da forti contrasti e composizioni rigorose, raccontano persone che vivono ai margini della società, ma anche una straordinaria vitalità umana.

La fama internazionale arriva però nel 1968, quando documenta l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Le immagini della Primavera di Praga, pubblicate clandestinamente all'estero e inizialmente attribuite a un fotografo anonimo per proteggerne l'identità, sono tra le testimonianze più potenti della repressione sovietica. Una fotografia in particolare, quella dell'orologio da polso che inquadra una piazza ormai occupata dai carri armati dell'Armata Rossa, è diventata un'icona del fotogiornalismo del XX secolo e della lotta contro la dittatura comunista.
Costretto all'esilio, Koudelka lascia il suo Paese nel 1970 e si stabilisce in Europa occidentale. Nel 1971 entra a far parte della prestigiosa agenzia Magnum Photos, fondata da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa. Da quel momento l'esilio diventa non soltanto una condizione politica, ma anche una poetica personale. Per molti anni vive senza una residenza stabile, viaggiando continuamente e fotografando paesaggi, città, rovine e persone. È il tema del nomadismo a unire tutta la sua produzione.

Negli anni Ottanta e Novanta il suo sguardo si amplia ulteriormente. Serie come Exiles e, successivamente, i grandi panorami realizzati con fotocamere di medio formato raccontano territori segnati dalla storia, dall'abbandono e dall'intervento dell'uomo. Le cicatrici del paesaggio industriale, le vestigia archeologiche del Mediterraneo e i muri che dividono i popoli diventano metafore della fragilità della civiltà contemporanea.

Lo stile di Koudelka è immediatamente riconoscibile. Le sue immagini, conservate dalla fondazione che porta il suo nome, sono costruite con un eccezionale senso della geometria e della luce, ma allo stesso tempo conservano un'intensità emotiva rara. Il bianco e nero elimina il superfluo e concentra l'attenzione sulle forme, sulle ombre e sui gesti, trasformando ogni fotografia in una composizione quasi musicale. Nei suoi panorami più recenti il formato orizzontale amplifica il senso dello spazio e del tempo, invitando l'osservatore a contemplare la complessità del paesaggio.
L'eredità di Josef Koudelka va oltre la fotografia documentaria. Le sue opere dimostrano come il reportage possa diventare arte senza perdere autenticità, e come la fotografia possa essere insieme testimonianza storica e riflessione poetica. Le sue immagini non chiedono allo spettatore di confrontarsi con la memoria, con la perdita e con il desiderio di libertà.

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W. Eugene Smith il fotografo che trasformò il fotogiornalismo in testimonianza morale

Wow   18.06.26  

William Eugene Smith, conosciuto semplicemente come W. Eugene Smith, è stato uno dei più grandi fotografi del XX secolo, un autore che ha ridefinito il concetto stesso di fotogiornalismo trasformandolo da semplice cronaca visiva in una profonda indagine sulla condizione umana. Per Smith, una fotografia non doveva soltanto documentare un fatto: doveva raccontare una storia, evocare un’emozione e, soprattutto, rivelare una verità.

Nato nel 1918 a Wichita, nel Kansas, Smith iniziò a fotografare giovanissimo e divenne presto celebre come corrispondente di guerra per la rivista Life. Durante la Seconda guerra mondiale seguì i fronti del Pacifico, documentando con immagini di straordinaria intensità la brutalità del conflitto e il prezzo pagato dagli esseri umani. Ferito gravemente durante la battaglia di Okinawa nel 1945, trascorse due anni lontano dalla macchina fotografica, in un periodo di profonda crisi personale e creativa. Al suo ritorno realizzò una delle immagini più simboliche della sua carriera, The Walk to Paradise Garden (1946), in cui i suoi due figli camminano verso una radura illuminata: una fotografia di rinascita, speranza e ritorno alla vita dopo gli orrori della guerra.

La fama di Smith è legata soprattutto alla sua rivoluzionaria concezione del reportage fotografico costruito come un racconto complesso e articolato. Nei suoi lavori per Life dedicò settimane, mesi e talvolta anni a seguire i propri soggetti, rifiutando l'idea di un'immagine isolata e spettacolare. Il suo obiettivo era creare una narrazione attraverso una sequenza di fotografie capaci di mostrare la complessità delle persone e degli eventi.

Come racconta il Raclin Murphy Museum of Art, tra i suoi lavori più celebri vi sono Country Doctor (1948), il ritratto della vita quotidiana del medico di campagna Ernest Ceriani nel Colorado, Spanish Village (1951), dedicato alla dura realtà di un villaggio rurale nella Spagna franchista, e Nurse Midwife (1951), che racconta il lavoro instancabile dell’ostetrica afroamericana Maude Callen nelle comunità povere del Sud degli Stati Uniti. In queste opere Smith dimostra un'eccezionale capacità di entrare in empatia con i suoi soggetti, osservandoli con rispetto e partecipazione.
La sua ricerca della perfezione era quasi ossessiva. Litigò spesso con gli editori per difendere l'integrità delle proprie storie, convinto che il montaggio delle immagini, la sequenza narrativa e persino il formato di pubblicazione fossero elementi essenziali dell'opera. Questa intransigenza lo rese una figura difficile all'interno del mondo editoriale, ma contribuì a consolidare la sua leggenda di artista totalmente devoto alla verità della fotografia.

Negli anni Cinquanta intraprese il monumentale progetto Pittsburgh, una gigantesca esplorazione fotografica della città industriale americana e della vita dei suoi abitanti. Sebbene il lavoro non venisse mai completato nella forma immaginata da Smith, lasciò un archivio di migliaia di immagini che rappresentano uno dei più ambiziosi documenti fotografici del Novecento.
La sua ultima grande testimonianza è probabilmente Minamata (1971-1973), realizzata in Giappone insieme alla moglie Aileen Mioko Smith. Il reportage denunciò le terribili conseguenze dell’avvelenamento da mercurio causato dagli scarichi industriali della Chisso Corporation nella baia di Minamata. La fotografia Tomoko Uemura in Her Bath è diventata una delle immagini più potenti della storia della fotografia: un ritratto intimo e doloroso che sintetizza la tragedia ambientale e la sofferenza umana.

A cosa serve una grande profondità di campo se non c'è un'adeguata profondità di sentimento?

W. Eugene Smith non cercò mai l’obiettività assoluta. Al contrario, credeva che il fotografo avesse una responsabilità etica e che la macchina fotografica potesse diventare uno strumento di coscienza sociale. Un modo per comprenderlo e, forse, cambiarlo. Le sue immagini sono caratterizzate da forti contrasti, composizioni drammatiche e un uso magistrale della luce, ma la loro forza più grande risiede nella capacità di avvicinare lo spettatore alla vita degli altri.

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Il ritratto di una diversa normalità nella fotografia di Diane Arbus

Wow   15.06.26  

Diane Arbus è stata una delle fotografe più influenti e controverse del XX secolo, un'artista che ha trasformato radicalmente il modo di guardare l'essere umano attraverso l'obiettivo della macchina fotografica. Con i suoi ritratti intensi e diretti Arbus ha rivolto l'attenzione verso persone che la società tendeva a ignorare o relegare ai margini: artisti circensi, persone con disabilità, gemelli, travestiti, persone comuni dai tratti insoliti, ma anche famiglie della classe media americana. Il suo lavoro non cercava il sensazionalismo, bensì la rivelazione della complessità e della fragilità nascosta dietro ogni identità.

Nata a New York nel 1923, Diane Nemerov iniziò la propria carriera nella fotografia di moda insieme al marito Allan Arbus. La coppia lavorò per importanti riviste come Vogue e Harper's Bazaar, ma Diane avvertì presto i limiti di un mondo costruito sull'eleganza artificiale e sulla perfezione estetica. Cercava una fotografia più sincera, capace di confrontarsi con l'ambiguità e le contraddizioni della vita reale.

L'incontro con la fotografa Lisette Model fu decisivo per il suo percorso artistico. Seguendo il suo insegnamento, Arbus abbandonò le convenzioni della fotografia commerciale e iniziò a esplorare le strade di New York, entrando in contatto con persone e ambienti lontani dalla rispettabilità borghese. Utilizzando prima la macchina fotografica 35 mm e successivamente la Rolleiflex biottica di medio formato, sviluppò uno stile immediatamente riconoscibile: inquadrature frontali, luce naturale o flash diretto, grande attenzione allo sguardo del soggetto e una composizione che eliminava qualsiasi distanza tra osservatore e osservato.

Tra le sue immagini più celebri vi è Identical Twins, Roselle, New Jersey (1967), il ritratto di due sorelle gemelle apparentemente identiche ma separate da sottili differenze espressive che trasformano la fotografia in una riflessione sull'individualità e sul doppio. Altre opere iconiche, come Child with Toy Hand Grenade in Central Park, N.Y.C. (1962), mostrano il suo straordinario talento nel catturare l'attimo in cui una persona lascia emergere un'espressione imprevista, rivelando tensioni psicologiche normalmente nascoste. Il celebre a box of ten photographs portfolio raccoglie dieci tra le sue foto più celebri nel caratteristico formato quadrato, qui analizzato da Smarthistory.

La sua carriera raggiunse il riconoscimento internazionale con la partecipazione, nel 1967, alla mostra New Documents al Museum of Modern Art di New York, insieme a Garry Winogrand e Lee Friedlander. Quell'esposizione segnò un punto di svolta nella fotografia documentaria americana, spostando l'attenzione dall'evento storico alla soggettività del fotografo e alla complessità della vita quotidiana.
I suoi ritratti non offrono risposte rassicuranti, ci costringono invece a confrontarci con ciò che consideriamo normale, bello o accettabile. Il suo più grande merito è forse quello di aver dimostrato che ogni volto, anche il più distante dai canoni sociali, contiene un universo di storie, paure, desideri e misteri.

La vita di Diane Arbus fu segnata anche da una profonda fragilità personale e da ricorrenti episodi di depressione. Morì nel 1971, all'età di quarantotto anni, lasciando un corpus relativamente limitato ma di enorme influenza. L'anno successivo divenne la prima fotografa americana a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, consacrando definitivamente la sua importanza nella storia dell'arte.

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La NASA ha appena pubblicato oltre 12.000 fotografie scattate durante la missione lunare di Artemis II

Wow   05.05.26  
La Luna fotografata da Artemis II
La Luna fotografata da Artemis II

La missione Artemis II ha rappresentato un traguardo fondamentale per l'esplorazione spaziale e per il modo in cui l'umanità osserva e racconta il cosmo. Dopo decenni dall'ultima presenza umana sulla Luna, il ritorno degli astronauti ha riacceso un immaginario collettivo che sembrava appartenere al passato. E questa significativa esperienza è passata attraverso le immagini.

La Terra tramonta dietro la faccia oscura della Luna
La Terra tramonta dietro la faccia oscura della Luna

La NASA ha appena pubblicato oltre 12.000 fotografie scattate durante la missione Artemis II, che costituiscono soltanto una parte dell'archivio fotografico che si sta andando a costruire. Scattate sia con fotocamere professionali sia con iPhone, queste immagini mostrano come la fotografia spaziale possa essere oggi allo stesso tempo documento scientifico ed esperienza emotiva.

Il selfie di Orion a metà strada tra la Terra e la Luna
Il selfie di Orion a metà strada tra la Terra e la Luna
Il sistema Terra-Luna dall'oblò di Orion
Il sistema Terra-Luna dall'oblò di Orion

Alcuni scatti sono già entrati nell'immaginario contemporaneo: l'eclissi solare osservata dallo spazio, i dettagli ravvicinati della superficie lunare, oppure le immagini della Terra che tramonta dietro l'orizzonte della Luna. In queste fotografie convivono precisione tecnica e meraviglia estetica. La Terra, vista da una distanza mai raggiunta prima da esseri umani, appare così luminosa e grandiosa nel buio cosmico, rinnovando quella consapevolezza ecologica e filosofica che già le missioni Apollo avevano suscitato.

Il selfie dell'European Service Module dell'ESA ormai prossimo alla Luna
Il selfie dell'European Service Module dell'ESA ormai prossimo alla Luna
Una falce di Terra e una Luna nuova
Una falce di Terra e una Luna nuova

Non tutte le immagini sono perfette. Alcune risultano sfocate, sovraesposte o ripetitive. Ma proprio questa imperfezione contribuisce a renderle autentiche. Come accade in ogni grande archivio fotografico e come ogni fotografo sa, il valore di un'immagine non risiede soltanto nello scatto impeccabile, ma nella presenza di frammenti spontanei, tentativi, errori e dettagli inattesi. Tra migliaia di file quasi identici emergono fotografie capaci di sorprendere e di restituire la dimensione umana dell'esplorazione spaziale.

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Mimmo Jodice e la fotografia metafisica

Wow   28.10.25  

Mimmo Jodice è stato uno dei fotografi italiani più importanti e influenti; conosciuto per il suo approccio unico e poetico all'arte fotografica, ha trascorso gran parte della sua carriera esplorando e documentando la bellezza e la complessità della vita e del paesaggio italiano, con un occhio particolare per la sua Napoli.

La fotografia di Jodice, qui intervistato da Il Sole 24 Ore durante la mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma per i suoi 50 anni di attività, si distingue per l'uso magistrale della luce e delle ombre, creando immagini che evocano emozioni profonde e raccontano storie. Una straordinaria capacità di catturare l'essenza dei luoghi, infondendo ogni scatto di una sorta di malinconia e nostalgia. Un viaggio metafisico in uno spazio onirico.

Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di Jodice è il suo approccio al paesaggio. Le sue fotografie di Napoli e dei suoi dintorni rivelano una città ricca di storia e cultura, evidenziando la bellezza del patrimonio artistico e architettonico. L'identità e il passare del tempo raccontati attraverso il contrasto del bianco e nero.

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Gianni Berengo Gardin nelle parole e nelle fotografie

Wow   07.08.25  

Gianni Berengo Gardin è stato un maestro del bianco e nero, noto per la sua capacità di catturare l'essenza della vita quotidiana attraverso il reportage e l'indagine sociale. In quasi settant'anni di carriera, ha creato un racconto straordinario dell'Italia, documentando le trasformazioni sociali e culturali che hanno caratterizzato il paese dal dopoguerra a oggi.

Le sue fotografie sono storie che parlano di persone, luoghi e momenti significativi. I suoi ritratti sono dialoghi esclusivi che offrono un'intimità unica, dove il lavoro, la vita e la storia si intrecciano in un racconto personale e profondo. Ogni scatto di Berengo Gardin è un invito a esplorare l'aspetto visivo e le emozioni che si celano dietro le narrazioni dei volti ritratti.

In questa intervista, rilasciata al Museo MAXXI, Berengo Gardin ci restituisce un'immagine autentica della sua visione, del suo lavoro e della sua passione. La sua opera è un'importante testimonianza di un'epoca e un regalo per le future generazioni sulla potenza della fotografia come strumento di narrazione e riflessione.

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Franco Fontana e il colore nella fotografia

Wow   17.06.25  

Franco Fontana ha costruito la sua carriera su un approccio semplice, ma radicale per l'epoca: l'uso del colore. Mentre il mondo della fotografia negli anni '60 era dominato dalle immagini in bianco e nero, Fontana ha osato abbracciare il colore attraverso la saturazione, l'astrazione e l'emozione, trasformando i suoi paesaggi in campi visivi fatti di tensione e armonia.

Come racconta Faizal Westcott, utilizzando un teleobiettivo Fontana ha appiattito le sue composizioni in bande di colore, creando fotografie che sembrano più dipinti che immagini fotografiche, riducendo il mondo ai suoi elementi essenziali: un campo, un cielo, una strada. Questa tecnica di compressione elimina la profondità, rendendo lo spazio ambiguo. Ciò che rimane è una forma, blocchi di colore e linee geometriche che, pur avendo peso, evocano luoghi familiari.

Il lavoro di Fontana ha dimostrato che il colore non era solo per la pubblicità, ma poteva essere concettuale, poetico e serio. Una meditazione sullo spazio, la luce e la presenza che trasforma la realtà in narrazione poetica.

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La fotografia surrealista di Man Ray

Wow   10.02.25  

Lo scatto di Man Ray, Le Violon d'Ingres, ha giocato un ruolo fondamentale nel ridefinire il concetto di fotografia, trasformandola da un medium documentaristico a uno strumento di espressione creativa. In un'epoca in cui la fotografia era spesso considerata un semplice mezzo per registrare la realtà, Man Ray ha saputo sfidare queste convenzioni offrendo nuove prospettive artistiche.

Nella sua celebre fotografia, la figura femminile è rappresentata con le curve del corpo che richiamano le forme di un violino.
Great Art Explained ripercorre la storia di questa immagine, che fu pubblicata per la prima volta sulla rivista surrealista Littérature nel giugno 1924 che ritrae la modella Kiki de Montparnasse. La fotografia fu successivamente decorata dall'artista tramite l'aggiunta di due effe in grafite e inchiostro di china sulla schiena della modella a simboleggiare i fori di risonanza presenti sulla tavola armonica.
Questo approccio alle arti visive ha ampliato le possibilità espressive della fotografia e contribuito a stabilire la disciplina come una forma d'arte a sé stante, degna di rispetto e considerazione e capace di influenzare movimenti artistici successivi.

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