tizianocavigliablog
Il camerlengo? Sì, proprio lui.

Scuotiamoci le mani 22.08.09

Trovo terribile la prosa di Faletti e ho sempre finito i suoi libri a fatica.
Il suo vezzo di tradurre letteralmente frasi idiomatiche poi, mi riporta ogni volta alla mente le espressioni anglo-tradotte del cugino di Asterix di goscinnyana memeoria.
Che se nelle avventure del gallico guerriero suonavano divertenti, tra le pagine di Faletti rasentano l'incomprensibilità senza offrire nemmeno un spunto a ipotetiche innovazioni linguistiche.

Detto questo non posso però che essere d'accordo con lui quando risponde punto su punto a fantasiose, quanto maldestre, accuse di plagio.
Anche se nel farlo si squalifica usando un maschilismo d'antan che vorrebbe passare per fine dialettica.
Ma lo si è già detto, la scrittura non è la sua arma migliore.

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1 commento

Benjy ha scritto:

Secondo faletti tradurre un Nobel e preparare il caffè a Del Piero sono la stessa cosa. Basta questo per capire quanta (poca) materia grigia ha in testa.

A chi giustifica l'uso dei calchi con l'ambientazione in America - ma a voi, quando leggete "te ne devo una", viene in mente l'America o uno che non sa esprimersi? A me quest'ultima. Se vuoi dare un gusto americano al tuo romanzo sono ben altri gli artifici cui ricorrere. Quei calchi possono avere un sapore americano se abbiamo un americano che cerca di esprimersi in italiano, altrimenti non hanno senso.

postato il 26/08/2009 alle 15:28:06