tizianocavigliablog
Sul lato radical chic dell'Atlantico.

Cosa sta succedendo in Turchia 02.06.13

Il reportage dalla Turchia sugli scontri tra manifestanti e polizia alimentati dalla rabbia contro la violenta repressione di un corteo ambientalista che difendeva dall'abbattimento l'area di Gezi Park accanto a Piazza Taksim a Istanbul e ora sfociati in proteste di piazza in tutto il paese contro le pulsioni estremiste del governo Erdogan.

[...] la protesta ha preso una dimensione che va oltre quella locale e quella strettamente ambientalista. Si è infatti espansa ad Izmir e Ankara dove, dice Ajda, "mi dicono che hanno bisogno di aiuto, più di noi al momento". Una professoressa dii architettura che preferisce mantenere l'anonimato, parla di "250 dimostrazioni in più di 65 città dal 30 maggio ad oggi" e di "migliaia di feriti negli scontri, di cui molti gravi". "Ci sono seri problemi con il govverno turco. Stanno cambiando le leggi per attribuirsi maggiori poteri. I media sono governativi e le prigioni sono piene di giornalisti. Di recente hanno imposto leggi restrittive sull'alcol. Hanno preso perfino il controllo delle università, decidendo chi assegnare ai ruoli di rettore". In più c'è la partecipazione in Siria: poco tempo fa abbiamo perso più di 100 vite a Hatay, Reyhanli. La gente è stufa".

Se la professoressa e Ajda parlano di una protesta collettiva, che comprende etnie e religioni diverse unite dall'urgenza della situazione, per Onur si tratta comunque di un gruppo di persone ben definito. "E' vero, chi manifesta non fa distinzione di etnia o religione ma sono comunque secolari, occidentalizzati, di sinistra e legati al partito di opposizione. In definitiva, sono kemalisti. Una minoranza, il 25% della popolazione, ma anche un'elite che è stata al potere dall'istituzione della repubblica fino a 10 anni fa", conclude. "I miei amici che hanno preso parte mi hanno raccontato della violenza della polizia e qualcuno ha parlato addirittura di 5 morti ma girano tante voci che poi vengono smentite". Secondo Onur la polizia avrebbe usato gas al peperoncino e forse "gas arancione" ma non è una novità. "La gente che oggi protesta non si è mai dovuta scontrare con questa realtà ma è sempre esistita. Dov'erano quando ad esser vittima della polizia erano i curdi o gli armeni?". Ma il ricercatore è comunque positivo: questa, dice è l'unica via per la democrazia.

Così come nelle proteste di Tahrir, ad organizzarlo sono state prevalentemente persone in grado di usare internet e dunque soprattutto giovani. "Twitter è stato il mezzo più usato, è bastato ritwittare il messaggio per spargere la voce". L'hashtag, tuttora in uso, è "occupygezi" per l'inglese e "diringezy" quello turco. Ma il governo lo sa e hanno posto un blocco sulle linee dei telefoni mobili, racconta Ajda.

Condividi il post di Tiziano Caviglia Blog su Facebook Condividi il post di Tiziano Caviglia Blog su Twitter Condividi il post di Tiziano Caviglia Blog su WhatsApp Condividi il post di Tiziano Caviglia Blog su Telegram Condividi il post di Tiziano Caviglia Blog via Email