tizianocavigliablog
Cappello di Maglia.

Dismaland, China edition 27.08.15

Parco di divertimenti abbandonato in Cina

Stefario Cerio ha documentato nella serie fotografica Chinese Fun lo stato di abbandono di numerosi parchi divertimenti in Cina, costruiti sull'euforia della bolla immobiliare.

Ehi cara guarda, un altro Lunedì Nero 24.08.15

La crisi di fiducia nella leadership economica di Pechino legata al peggioramento dei dati economici, ai tassi di interesse drogati, alla svalutazione dello yuan e alla fuga di capitali dalla Cina con shock finanziario globale, raccontata in 10 articoli.

China stock market crash: worst day's trading in Europe since 2011. The Guardian.

Stocks pare losses but market upheaval continues. The New York Times.

Why are global stock markets tanking? The Atlantic.

China's latest stock market crash: the basics. Vox.

Between June 2014 and June 2015, China's Shanghai Composite index rose by 150 percent. A big reason for the stock market rally was that a lot of ordinary Chinese people began investing in the stock market for the first time... Earlier this year, the authorities became concerned that the stock market's rise had become unsustainable. So they began to tighten limits on debt-financed stock market speculation. The stock market peaked in June and then began to fall quickly.

Market Correction: CNBC Explains. CNBC.

A correction is a decline or downward movement of a stock, or a bond, or a commodity or market index. The amount of the decline is at least 10 percent and a true correction exceeds that amount. In short, corrections are price declines that stop an upward trend... Stocks, bonds, commodities, and everything else traded on the markets never move in a straight line, either up or down. At some point their value will change--for better or worse.

It's Back to 2008 for Europe stocks as DAX enters bear market. Bloomberg.

China's stock market crash... in 2 minutes. CNN.

Market mayhem. Business Insider.

Three cheers for the plunging stock market. Fusion.

It's 1929 in China. Or 1989. Quartz.

Nervi saldi e niente panico.

Italia Argentina 31.07.14

"Facciamo come l'Argentina!!! In otto anni sono riusciti a spazzare via la crisi, e sapete perché? Perché nonostante fossero finiti nel buio più assoluto, non avevano Stati che hanno impedito che la loro crisi seguisse ogni livello.

Beppe Grillo nell'ottobre del 2011. Lo ricordiamo così all'alba del secondo default dell'Argentina in 13 anni. Brillo.

La rivoluzione (mancata) islandese 20.02.14

La mitizzazione del caso Islanda durante la crisi finanziaria, additata da alcuni come la paladina della battaglia contro il capitalismo finanziario internazionale e promotrice della rinascita della democrazia diretta, alla luce del fallimento della stesura di una Costituzione attraverso i social network, con la moneta più debole d'Europa, la zavorra dei mutui capestro e di un immenso debito da ripagare, l'invariata situazione politica e il potere oligarchico di una manciata di famiglie in un lungo articolo su Internazionale.

È stata una fantasia consolatoria anche pensare che esistesse una via islandese al capitalismo, e che l'Italia, la nona potenza industriale del pianeta, potesse imparare qualcosa da una nazione che ha lo stesso pil del Congo. Non c'è stata nessuna sfida islandese alla finanza internazionale, soltanto una prima disinvolta e poi fraudolenta gestione degli strumenti finanziari da parte delle banche islandesi; e la comprensibile tendenza di molti cittadini islandesi a non fare troppe domande, per non spezzare l'incantesimo. "A un certo punto, un po' prima della bancarotta", mi ha detto Ragga, "era diventato abbastanza chiaro che non poteva continuare così. E allora la gente non ha rallentato: ha accelerato, ha fatto ancora più debiti, ha comprato ancora più cose, è partita per le Canarie. Passava l'ultimo treno, era da idioti perderlo".

La democrazia diretta è la medicina per curare questa malattia così caratteristicamente umana, l'amore per il denaro? Possibile, ma poco probabile. In ogni caso, a cinque anni dalla bancarotta, l'esperimento islandese – la costituzione riscritta dai cittadini, l'assemblea permanente su internet e nessuna pietà (nessuna giustizia) per i creditori – non sembra aver avuto successo.

Un salvagente per la tv di stato greca 17.06.13

Secondo la decisione del Consiglio di Stato greco l'emittente statale radiotelevisiva ERT potrà riprendere le trasmissioni fino a quando il governo di Atene non avvierà la riforma delle comunicazioni nazionali che varerà una nuova azienda pubblica fortemente ridimensionata.

Il Movimento 5 Stelle e le fatture delle imprese 27.03.13

Le aziende che hanno commesse con le pubbliche amministrazioni hanno spesso problemi di liquidità legati al cronico ritardo dello Stato nel pagare i suoi debiti.
Per dare ossigeno ai propri conti correnti le imprese si affidano alle banche attraverso operazioni quali il fido fatture con mandato all'incasso o cedendo direttamente la titolarità del credito agli istituti bancari. Queste operazioni impropriamente passano sotto il nome di sconto fatture.

Io sto prendendo come cittadino un impegno per più di 20 miliardi di debito pubblico. Quota parte, e non si dice quanta, andrà direttamente nelle tasche delle banche, ancora una volta! E tu, da questa ennesima regalia, ti aspetti che crei un circolo virtuoso per cui le banche da domani erogheranno prestiti e finanziamenti alla piccola e media impresa italiana? Penso che l'esperienza di questi anni ci abbia resi, come dire, un po' cauti sugli effetti dei finanziamenti elargiti con tanta liberalità alle banche e quali siano poi gli effetti sull'economia reale.

Roberta Lombardi, capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, leggendo la parola banche ha pensato bene di confondere il pagamento di un debito con fantomatiche regalie ai tanto odiati istituti di credito, decidendo quindi in via cautelativa di bloccare il provvedimento urgente del governo atto a sbloccare i pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese.

Il lato positivo della vicenda è che tanta sciagurata cialtroneria andrà a colpire anche molti piccoli e medi imprenditori, e relativi dipendenti, che sull'onda della protesta anti-sistema hanno contribuito a far eleggere degli sprovveduti.

Va a fidarti della mafia 25.03.13

Cipro sta imparando a proprie spese cosa significa essere il paradiso fiscale del mafia russa nell'Unione Europea.

C'è un aspetto non secondario nella vicenda di Cipro. I tedeschi volevano lanciare un messaggio chiaro e ci sono riusciti. In Europa non ci devono più essere paradisi fiscali. Chi porta capitali in piccoli centri che fanno parte dell'Euro contando su una legislazione di favore e poco trasparente, ora sa che i suoi soldi in quei luoghi non sono per niente al sicuro. Il prelievo sui conti correnti aveva anche questa finalità, screditare l'isola come centro off shore. Il nuovo accordo siglato nella notte all'Eurogruppo raggiunge esattamente lo scopo.

Basta leggere il memorandum of understanding, l'accordo che Nicosia ha dovuto firmare per ottenere l'aiuto di 10 miliardi da parte dell'Unione Europea. Tra i punti fondamentali ci sono un'audit indipendente sul sistema di antiriciclaggio adottato dall'isola e dalle sue banche. Ai verificatori si affiancherà Moneyval, la divisione del Consiglio d'Europa che valuta proprio i sistemi antiriciclaggio. In caso in cui il risultato del controllo dovesse essere insoddisfacente, la sua correzione è una delle "condizionalità" accettate da Cipro nel memorandum of understanding per poter ottenere i soldi.

Risolvere il caso Cipro 20.03.13

La soluzione per Cipro, prossimamente per la Slovenia, e in generale per ridare stabilità e indipendenza al sistema bancario europeo passa sotto il nome di unione bancaria.
Prima si capisce. Prima si realizza. Prima si risolveranno i problemi.

La cura Cameron 23.02.13

Non è bastato annunciare un programma di risanamento di bilancio fatto di tagli lineari, restare fuori dall'euro e urlare slogan populisti contro Bruxelles.
Anche il Regno Unito di Cameron deve fare i conti con un debito pubblico in continua ascesa e una crescita asfittica; parametri che fanno perdere a Londra la tripla A, dopo il taglio del rating deciso da Moody's.

Ora non è rimasto nessun paese dell'Unione Europea esterno all'eurozona con la tripla A.

Iniziate a preoccuparvi del Giappone 22.11.12

Dimenticatevi la crisi dell'eurozona e il fiscal cliff americano.
La vera bomba finanziaria si avvicina dall'oriente.

Dall'ormai insostenibile debito giapponese, alle incertezze politiche di una probabile vittoria della destra alle legislative di dicembre. Dal saldo negativo della popolazione alla corruzione dilagante per arrivare alla discutibile politica monetaria di Tokyo.

Japan's public debt is running at 230 per cent to its gross domestic product, a figure that makes Greece look almost thrifty. According to Bloomberg, Japan's debt works out at about $93,000 for every man, woman and child while the same figure for the US and Greece is about $33,000. Tokyo budgets to borrow more than it raises in taxes.

About a quarter of Japan's population is already aged 65-plus and the country has a negative birth rate. With a xenophobic culture, there is virtually no migration, meaning the country is about to start shrinking quiet dramatically. There will be some 25 per cent fewer Japanese by 2050 than there are today – about 30 million fewer people, depending on which estimates you want to use. The dependency ratio – the proportion of working-age people to the those not of working age – has already crashed to just 2.4, which makes raising taxes to pay for an aging nation all the harder.

Che fine ha fatto Occupy 17.09.12

Laurie Penny, giornalista dell'Independent, è tornata a Zuccotti Park per intervistare gli ultimi irriducibili attivisti di Occupy e per fare il punto su un movimento che ha lasciato poche tracce dietro di sé.

Lo scudo europeo 29.06.12

Il salvataggio dell'Eurozona passa per l'accordo sullo scudo anti-spread.

L'accordo prevede che i paesi 'virtuosi' sotto la pressione di spread 'eccessivi' possano usufruire dell'acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell'Eurozona (l'Efsf e il suo successore permanente, l'Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l'Eurogruppo nell'ambito delle cosiddette raccomandazioni 'country specific', che applicano il 'Semestre europeo', il Patto di stabilità e la 'procedura sugli squilibri macroeconomici'.

In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell'intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un 'Memorandum of understanding' ('Protocollo d'intesa') con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l'attivazione automatica dell'intervento quando gli spread superassero una determinata soglia). Ma il 'Memorandum' non conterrà una 'condizionalità aggiuntiva'.

La Grecia ancorata all'euro 14.06.12

Chiunque vinca il 17 giugno la Grecia non uscirà dall'Unione e non abbandonerà l'euro.
Chiunque vinca chiederà di rinegoziare il memorandum per ottenere tassi più bassi e tempi più lunghi, afgiancandolo a un piano nazionale per la crescita.
Chiunque vinca, anche Syriza, una volta al governo abbasserà i toni.

Il pensiero di Marco Zatterin su La Stampa.

Tsipras è in campagna elettorale, ha capito che giocare contro l'Europa cattiva lo aiuta. Se eletto, cambierà tono. Lo ha fatto anche François Hollande. Qualcuno ricorda ancora i proclami contro il Fiscal Compact da rinegoziare o non ratificare? Chiusi i seggi, sono finiti nel poco o nulla.

Non c'è crescita senza unione politica 07.06.12

Il Merkel-pensiero sull'Europa di domani. Un'accelerazione a lungo attesa dai possibili contraccolpi previsti.

Noi diciamo che abbiamo bisogno di più Europa, che non abbiamo solo bisogno di un'unione monetaria, ma che serve anche una cosiddetta unione fiscale, cioè più coordinamento per le politiche di bilancio.
Abbiamo bisogno di un'unione politica, il che significa che dobbiamo dare, passo dopo passo, più competenze all'Europa, accordando all'Europa anche più poteri di controllo.

Un modo per salvare l'Europa 05.06.12

Sembra essersi fatta strada l'idea che per risolvere il deficit democratico dell'Unione, rimettere in moto un circolo virtuoso di crescita sostenibile e salvare l'euro sia ormai necessaria un'unione fiscale e bancaria.
Equivale a dire che abbiamo bisogno di un'unione politica e degli eurobond, o in qualunque modo li si voglia chiamare. In parole povere i contribuenti tedeschi dovranno garantire, per amore di solidarietà, i debiti e i fallimenti di chi fino a ora non solo ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, ma ha per decenni eletto politici corrotti che hanno regolarmente ingannato le istituzioni continentali e truccato i conti.

Quest'idea di federazione leggera, che dovrà inevitabilmente venire a crearsi attraverso la negoziazione di un nuovo trattato, comporterà la perdita della sovranità nazionale nelle politiche di bilancio, in quelle fiscali, sociali, delle pensioni e naturalmente del mercato del lavoro.
Ve lo ripeto, la perdita di sovranità nelle politiche di bilancio, in quelle fiscali, sociali, delle pensioni e del mercato del lavoro. Chiaro?

Beninteso, io ci metterei la firma oggi stesso perché queste materie venissero delegate a Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo.
Al contrario non sono così sicuro della reazione dei fautori della crescita contro l'austerity qualunque-cosa-sia, dei teorici degli eurobond, dello scravattato Tsipras e dello statilista Hollande.

Si ha l'impressione che la salvezza dell'Europa attraverso questa strada creerà più di un mal di pancia a chi oggi la propone non come una ragionata e ambiziosa visione di lungo periodo, ma come soluzione dettata dalla demagogia.

Christine Lagarde pensa all'Africa 28.05.12

Momenti veltroniani per la direttrice del Fondo Monetario Internazionale alle prese con la crisi greca.

Penso più ai bambini di una scuola in un piccolo villaggio in Niger che devono condividere una sedia in tre. Perché penso che abbiano più bisogno di aiuto loro della gente di Atene.

Tunnel Grecia 28.05.12

La teoria secondo cui la Grecia dovrebbe liberarsi dalla dittatura dell'euro per tornare alla sovranità monetaria, svalutando la dracma e puntando alla crescita grazie alle proprie risorse riceve un primo duro colpo.
Il settore turistico, principale entrata del paese, ha fatto registrare un calo pari a un terzo delle prenotazioni a causa della crescente paura di instabilità.

Restano le olive.

La fantamoneta 22.05.12

La fantaproposta del capo economista della Deutsche Bank Thomas Mayer. L'ennesima ciambella di salvataggio per i greci.
Il prossimo passo, ve lo annuncio, sarà il baratto.

Se la sinistra radicale dovesse vincere le elezioni del 17 giugno e mantenere la promessa di non attuare i tagli previsti nel piano di aiuti da 130 miliardi di euro, la Grecia potrà restare nell’eurozona senza aiuti finanziari, a condizione che introduca una valuta parallela. Il "geuro" sarebbe costituito da promesse di pagamento, una forma di titolo di debito emesso dal governo che potrebbe essere rivenduto. La nuova valuta sarebbe fortemente svalutata rispetto all’euro ma permetterebbe al governo di Atene di guadagnare tempo per portare a termine le riforme e approvare i tagli al bilancio. [...] Una condizione essenziale per il buon esito della proposta è che gli aiuti continuino ad arrivare dagli altri paesi dell’eurozona e dall'Fmi. [...] Le banche greche, prive di liquidità, avrebbero inoltre bisogno di essere salvate con la creazione di una "bad bank" europea.

Mille miliardi di euro 17.05.12

Un uno seguito da 12 zeri. E' il costo stimato nell'ipotesi di un'uscita della Grecia dall'euro.
Costo che inciderebbe sulla spalle di ogni singolo cittadino europeo.
Una tassa sull'irresponsabilità di chi favoleggia su soluzioni argentine, socialisti sogni di notti islandesi, invocando decrescite felici, giardinetti glocali a chilometro zero, combattendo il signoraggio bancario con monete virtuali peer-to-peer e baratti.

Si parla troppo poco delle banche 15.05.12

La crisi del settore bancario europeo secondo Daniel Gros.

Secondo l'economista tedesco del think-tank di Bruxelles Ceps, quello su "austerità contro crescita" è un falso dibattito, che non fa compiere nemmeno un passo in più in direzione della soluzione alla crisi dell'euro. Il vero dibattito, dice, dovrebbe vertere sulle banche, in particolare quelle dell'Europa del sud che stanno andando parecchio peggio di ciò che si presume.

"Le banche greche e spagnole sono sedute su una montagna di debiti sempre più colossale", spiega Gros. "Soltanto l'Europa potrà salvarle: il governo greco e quello spagnolo sono troppo deboli. Questo è un problema europeo di gravità enorme".

L'anno scorso, dopo forti pressioni politiche, le banche europee hanno accettato gli haircut, vale a dire la cessione del debito dello stato greco. Da allora quelle stesse banche si stanno ritirando dalle regioni meridionali d'Europa, prima che arrivino i prossimi haircut. Spagna, Italia e Portogallo sono stati abbandonati in massa dagli investitori stranieri. In Grecia è già iniziata la fase successiva: perfino i greci stanno depositando all'estero i propri soldi. Secondo Gros, la fuga dei capitali all'estero ha assunto proporzioni enormi. "Quattro, cinque, sei miliardi di euro al mese. E' un processo inarrestabile".

Questo fenomeno va di pari passo con un altro sviluppo altrettanto pericoloso: a causa dell'abbandono da parte delle banche dell'Europa del nord, le banche dell'Europa del sud precipitano sempre più in un mare di debiti. E questo perché i medesimi titoli di stato - dei quali si sbarazzano gli investitori stranieri - sono legittimamente acquisiti dalle banche dell'Europa del sud. Lo fanno sotto le pressioni dei loro governi, ma anche perché ciò permette loro di guadagnare qualcosa. In cambio di questo favore, infatti, i governi concordano a loro volta nuovi prestiti con le banche, a tassi di interesse vantaggiosi per queste ultime.

Tassi molto vantaggiosi. L'inverno scorso la Bce ha accordato crediti a buon mercato per mille miliardi di euro al fine di mantenere lo scambio di prestiti europeo. Le banche dell'Europa meridionale utilizzano assai volentieri questi crediti a un tasso dell'1 per cento per concedere prestiti ai governi che fruttano oltre il 6 per cento. Un atto di patriottismo che permette loro di fare bei soldi.

Questa parrebbe una soluzione. In realtà innesca un meccanismo perverso, in virtù del quale le banche e i governi diventano a tal punto interdipendenti da indebolirsi a vicenda sempre più.

Dracmageddon 15.05.12

Il fallimento dei negoziati per la nascita di un governo di coalizione ad Atene e la completa incertezza sul nuovo passaggio elettorale che si prospetta a giugno ha scatenato nuove ondate di panico e azzardate speculazioni sul futuro della Grecia in Europa.
In quattro punti Stefano Lepri spiega perché l'uscita dall'euro e il ritorno della dracma sarebbero mosse suicide per Atene.

Punto primo. La Grecia non è in grado di sopravvivere da sola; non più di quanto potrebbe ad esempio - per avere un'idea delle dimensioni - una Calabria separata dall'Italia.

Senza aiuti dall'Europa e dal Fondo monetario, presto non avrebbe soldi né per pagare gli stipendi degli statali né per comprare all’estero ciò che serve ad andare avanti, tra cui alimenti e petrolio.

Punto secondo. Dopo la ristrutturazione a carico dei privati, oggi circa la metà del debito greco è in mano all'Europa o al Fondo monetario. Quindi se la Grecia non paga, ci vanno di mezzo soprattutto i contribuenti dei Paesi euro, cioè noi tutti (in una stima sommaria, circa un migliaio di euro a testa).

Punto terzo. Il ritorno alla dracma sarebbe vantaggioso solo nella fantasia di economisti poco informati, per lo più americani. Trapela ora che il governo Papandreou aveva commissionato uno studio dal quale risultava che perfino i due settori da cui la Grecia ricava più abbondanti introiti, turismo e marina mercantile, non sarebbero molto avvantaggiati da una moneta svalutata.

Punto quarto. L'incognita vera è quali danni aggiuntivi, oltre al debito non pagato, una eventuale bancarotta della Grecia causerebbe agli altri Paesi dell'area euro (in primo luogo crescerebbero gli spread). Di certo le conseguenze sarebbero asimmetricamente distribuite: più gravi per i Paesi deboli, in prima fila il Portogallo poi anche Spagna e Italia; meno gravi per la Germania.

Valencia la città dei sogni infranti 07.03.12

Appena cinque anni fa Valencia veniva presa a esempio come il motore dello sviluppo illimitato della Spagna, oggi è sull'orlo della bancarotta.

Nel 2007, un anno prima della crisi, a Valencia lo champagne scorreva a fiumi. La città, bagnata dalle calde acque del Mediterraneo, ospitava la 32° America's Cup. Oggi invece il porto, servito da base alla celebre regata internazionale e costato 1,8 miliardi di euro, è deserto. Da quasi cinque anni gli edifici che accoglievano gli equipaggi delle regate aspettano una nuova destinazione.

Valencia, a lungo citata come modello di buona gestione economica dal Partito popolare (Pp, conservatore) che governa la regione dal 1995, è oggi al centro di tutte le critiche. Per il suo debito di quasi il 20 del suo pil, il più elevato della Spagna; per il suo deficit, che nel 2011 ha raggiunto il 4,6 per cento, e per il "cattivo uso dei fondi pubblici" che ha caratterizzato l'ultimo decennio, secondo l'economista Vicent Soler. L'America's Cup è solo un esempio delle spese enormi legate a una politica di "grandi eventi" che il governo regionale cerca di "ridurre", spiega il vicepresidente della regione, José Ciscar.

La Ciudad de las artes y las ciencias, ambizioso complesso culturale progettato dall'architetto Santiago Calatrava sulla riva del fiume Turia, è costata 1,3 miliardi di euro ai contribuenti e oggi è costretto a celebrare matrimoni per cercare di rimpinguare le sue casse. Il circuito urbano di formula 1, con i suoi 5,4 chilometri di lunghezza per 14 metri di larghezza e le sue 25 curve, ha comportato 90 milioni di investimenti, senza contare il canone annuo per lo svolgimento del campionato europeo (circa 20 milioni secondo la stampa) e che impegna Valencia fino al 2014. A Benidorm, il luna park Terra Mitica, inaugurato nel 2000, è costato quasi 400 milioni di euro. Adesso la regione cerca di sbarazzarsene per 65 milioni e un programma di ristrutturazione minaccia metà del personale.

Perché la crisi greca è diversa da quella argentina 02.03.12

Sull'orlo del baratro, aggrappata a Bruxelles, la Grecia è la prima tessera di un monumentale domino.

Atene, nonostante la rassicurazioni di importanti politici europei come il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel maggio 2010 in occasione del primo piano da 110 miliardi di euro dicevano che la Grecia non sarebbe fallita, ora è alle prese con una ristrutturazione del debito, parola più cauta di bancarotta, perché così si pensa di non far scattare (per il momento come detto dall'Isda) il "credit event" e i successivi pagamenti dei Cds di copertura. Il debito di Atene è una questione molto complessa, perché discutendo del destino di appena 3,25 miliardi di Cds greci netti e di 70 miliardi di euro lordi, si decide, in realtà, della sorte di tutti i Cds del mondo, una montagna di derivati pari a 2.900 miliardi di dollari.

Ecco perché Atene è diversa dalla crisi argentina o di quelle che l'hanno preceduta: 1) ora abbiamo un paese Ocse e dell'eurozona nell'occhio del ciclone; 2) ci sono i derivati e le leve finanziarie a multipli inimmaginabili, nel caso argentino non erano presenti; 3) nel 2005 l'Ecofin, dietro pressioni di Germania e Francia, decise di indebolire lo «stupido» Patto di Stabilità che impediva deficit eccessivi dei paesi eurozona. Oggi a Buxelles 25 paesi su 27 firmano il Fiscal compact, cioè il ritorno all'originario Patto di stabilità che prevede rigore nei conti, sanzioni e pareggio di bilancio.

Il rating implicito 19.01.12

L'agenzia di rating Standard & Poor's ha recentemente assegnato una A ai titoli di stato spagnoli. Tuttavia ritiene che i bonos siano titoli spazzatura equivalenti a una ben più catastrofica BB.
Resta il dubbio sul reale motivo di tanta generosità.

Standard & Poor's declassa l'Europa 13.01.12

Francia e Austria perdono la tripla A, l'Italia scende a BBB+. La scure dell'agenzia di rating si abbatte poi su Spagna, Portogallo, Malta, Slovacchia e Slovenia.
14 stati dell'eurozona, tutti eccetto la Germania, mantengono un outlook negativo. Equivale a dire che entro i prossimi dodici mesi potrebbero esserci ulteriori downgrade.

Erano misure attese.
Non è un dramma. E gli Stati Uniti sono lì a ricordarcelo ogni giorno dopo il declassamento ad AA+. E' però un pericolo per il fondo salva stati che basa la sua tripla A proprio sui rating degli stati membri.

Il lato positivo di questa nuova crisi, più mediatica che strutturale, sarà un ancora maggiore sforzo politico comune europeo per far virare l'obiettivo dell'agenda economica da rigore a crescita.

I grattacieli e le crisi finanziarie 11.01.12

Come esiste un indice che valuta il rapporto del tasso di cambio tra le monete sulla base del costo di un Big Mac, così esiste una correlazione tra la costruzione di grattacieli e le crisi finanziarie.
E' il Barclays Capital's Skyscraper Index.

There is an "unhealthy correlation" between the building of skyscrapers and subsequent financial crashes, according to Barclays Capital.

Examples include the Empire State building, built as the Great Depression was under way, and the current world's tallest, the Burj Khalifa, built just before Dubai almost went bust.
China is currently the biggest builder of skyscrapers, the bank said.

India also has 14 skyscrapers under construction.

L'austerità vista da Madrid 30.12.11

Il nuovo premier spagnolo Mariano Rajoy ha presentato la sua manovra di tagli per quasi 9 miliardi di euro e un generalizzato aumento della pressione fiscale.
Una terapia shock senza precedenti per la malata Spagna.

Il futuro economico sulle spalle di Monti 27.12.11

Il futuro dell'economia mondiale dipende dalla capacità dell'Europa di risolvere la sua crisi del debito che a sua volta soggiace alla capacità del sistema Italia di reagire alla spinta recessiva rimettendo in moto sviluppo e occupazione.

Il Washington Post fa il tifo per Monti.

La Grecia del dopo bomba 21.12.11

Un'analisi di Petros Markaris sulla società greca dopo lo scoppio della bolla del debito sovrano.

Accanto al sistema politico istituzionale, composto da sette partiti, in Grecia c'è un sistema parallelo, slegato dal parlamento e articolato in quattro partiti. Sono i partiti in cui si è spaccata la società dopo diciotto mesi di crisi economica. Invece di avvicinarsi e collaborare, con l'aggravarsi dei problemi e l'inasprirsi della lotta per la sopravvivenza quotidiana questi quattro gruppi sono sempre più distanti tra loro. A volte si alleano per raggiungere un obiettivo, ma spesso sono impegnati in una guerra di trincea.

Per cominciare c'è il "partito dei profittatori". Ne fanno parte tutte le imprese che negli ultimi trent'anni hanno approfittato del sistema clientelare. Innanzitutto le imprese edilizie, che hanno fatto fortuna grazie alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi appalti pubblici a cifre astronomiche. Al partito dei profittatori appartengono anche le imprese che riforniscono gli enti pubblici: per esempio le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali.

[...] La seconda fazione si potrebbe chiamare "partito degli onesti", ma preferisco "partito dei martiri". Ne fanno parte i proprietari delle piccole e medie imprese, i loro dipendenti e i lavoratori autonomi, come i tassisti o gli artigiani. Questi cittadini, che lavorano sodo e pagano regolarmente le tasse, dimostrano che la tesi diffusa in Europa secondo cui i greci sono pigri e scansafatiche è completamente falsa. Il partito dei martiri è il più numeroso. Eppure non è abbastanza forte da stringere alleanze vantaggiose, e alla fine viene sfruttato da tutti. I martiri sono i greci più colpiti dalla crisi.

[...] C'è poi il terzo gruppo, che chiamerò il "partito del Moloch". Questo partito recluta i suoi militanti nell'apparato dello stato e nelle imprese pubbliche, ed è diviso in due correnti: da una parte ci sono gli impiegati e i funzionari pubblici, dall'altra i sindacalisti. Il partito del Moloch è la componente esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito che si trova di volta in volta al governo. Ed è anche il garante del sistema clientelare, perché è composto in gran parte da quadri e funzionari di partito.

[...] La quarta e ultima fazione della società greca è quella che mi preoccupa di più. E' il "partito dei senza futuro", tutti quei ragazzi greci che passano la giornata seduti davanti al computer cercando disperatamente su internet un lavoro in qualsiasi parte del mondo. Non diventeranno Gastarbeiter (lavoratori immigrati) come i loro nonni, che negli anni sessanta partirono dalla Macedonia e dalla Tracia per andare a cercare un lavoro in Germania. Questi ragazzi hanno una laurea e a volte perfino un dottorato. Ma dopo gli studi li aspetta la disoccupazione.

I piani di salvataggio per l'Europa 07.12.11

A 48 ore dal giorno del giudizio il piano di rigore e riforme, proposto da Merkel e Sarkozy per dotare l'Unione di una politica fiscale e una governance per quanto possibile comune che scongiuri la mancanza di fiducia che grava sull'area euro, viene affiancato dalla proposta dei presidenti Van Rompuy e Barroso che punta sulla modifica del fondo di salvataggio EFSF tale da permettere la ricapitalizzazione diretta delle banche e l'emissione nel breve termine di titolo di debito del tutto paragonabili agli eurobond.

Salvataggi epistolari 07.12.11

Screenshot della lettera di Merkel e Sarkozy

La lettera di Merkel e Sarkozy al presidente Van Rompuy sul piano franco-tedesco per una governance economica e fiscale europea.

Monti spread 05.12.11

La primissima risposta dei mercati al decreto salva-Italia del governo Monti è entusiastica.
Lo spread BTP-Bund precipita sotto quota 430 punti base - il precedente governo ci aveva lasciato con un differenziale che tendeva verso la soglia dei 600 - e la borsa vola.

E' buona parte di quanto veniva richiesto al nuovo esecutivo, operare per allentare la pressione dei mercati sul sistema Italia.

[19:00] Lo spread è sceso a 375 punti base.

Note a margine della manovra Monti 05.12.11

Il decreto salva-Italia è solo il primo pacchetto di un percorso riformista segnato da misure condivise con Bruxelles e Francoforte.

Da una parte le lacrime del ministro Fornero confuse con debolezza o peggio con premeditazione, una serietà e competenza da tempo disattesa da esecutivi di qualunque colore politico; dall'altra un'opposizione fatta dalle grida sguaiate della Lega Nord, da un sindacato incapace di confrontarsi con il mercato del lavoro attuale e da un populismo cerchiobottista tanto efficace nel criticare e nel cavalcare il malcontento quanto debole nel proporre e nel mettersi al servizio del paese.

La RAI, servizio pubblico, assente non giustificata sulla copertura di un passaggio significativo, se non decisivo, per la nostra Repubblica.

La diretta sui sacrifici 04.12.11

Capiremo se la manovra - che in massima parte è una patrimoniale tombale - del governo Monti funziona se nessuno ne sarà soddisfatto, poiché tutti dovranno partecipare ai sacrifici per il bene del Paese.

Va considerato che abbiamo avuto quasi vent'anni per diluire il colpo, ma la maggioranza degli italiani ha sempre preferito crogiolarsi in un interregno retto da macchiette televisive, rimandando il problema di elezione in elezione. Oggi è arrivato il conto.

L'unione fiscale 02.12.11

L'Europa sta affrontando la sua più grande sfida. L'euro ha dimostrato il suo valore. E' stabile.
Ma è molto più di una valuta. Rappresenta la volontà dell'Europa di unirsi per affrontare le sfide globali.

[...] Chiunque, pochi mesi fa, avesse detto che alla fine di quest'anno avremmo preso provvedimenti seri e concreti verso un'unione fiscale europea sarebbe stato preso per pazzo.
Oggi tutto questo è all'ordine del giorno. Ci siamo quasi. Naturalmente ci sono difficoltà da superare, ma la necessità di una tale azione è ampiamente riconosciuta.

[...] Non stiamo solo pensando a un'unione fiscale, stiamo iniziando a crearla.

L'eurocrisi affrontata con la fermezza tedesca del cancelliere Merkel, nel suo discorso al Bundestag.