tizianocavigliablog
In varietate concordia.

Solo un italiano su due naviga su internet 13.07.11

Sarebbe stato un titolo più corretto per descrivere il Nono Rapporto del Censis-Ucsi sulla comunicazione in Italia.
La buona notizia è quell'87,4% di giovani che vive il web come uno strumento basico di comunicazione e informazione.

La sentenza italiana contro Google è una sciocchezza 06.06.10

Luca De Biase e Mantellini si interrogano sull'intervista rilasciata da Eric Schmidt - CEO di Google - al Financial Times riguardo la sentenza italiana che ha colpito il motore di ricerca e la sua politica in fatto di privacy e gestione dei contenuti, per il caso che vedeva coinvolti atti di bullismo nei confronti di un ragazzino disabile poi pubblicati su Google Video.
E in particolare criticano il termine bullshit, molto usato negli USA, che Schmidt pronuncia contro l'accusa rivolta alla sua società.

By contrast, Mr Schmidt shows no contrition when responding to the recent court ruling in Italy convicting three top Google executives of criminal wrongdoing after its YouTube video website showed footage of a disabled boy being bullied by classmates.

"The judge was flat wrong. So let's pick at random three people and shoot them. It's bullshit. It offends me and it offends the company."

"But this is not an indictment of Italy," says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company.

There is a sense at the top of Google that the world is definitely becoming a less friendly place for internet companies. The shift goes beyond the issue of privacy or the company’s recent decision to withdraw from China on the grounds of censorship.

In questo caso la traduzione migliore per bullshit è "balla" nel significato di bugia, non "stronzata".
O meglio "It's bullshit" qui andrebbe tradotto come "è un balla" o "è una sciocchezza".

La privacy di Google 12.04.10

Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza Google-Vividown.
La carenza - o la scarsa visibilità - delle condizioni a tutela della privacy sarebbe stata la causa della condanna all'azienda di Mountain View.

Non si fa menzione all'obbligo per le piattaforme di condivisione di visionare preventivamente il materiale prodotto e condiviso dagli utenti. E' una buona notizia.

Condannare Google per il nostro digital divide 24.02.10

Accade che un giudice italiano, Oscar Magi - quello del caso Abu Omar, anyone? -, abbia condannato in primo grado i responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video del 2006 sul ragazzino diversamente abile pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

Si afferma che Google avrebbe dovuto ottenere, o avrebbe dovuto far ottenere dagli autori del video, una liberatoria per la pubblicazione delle immagini che rendono evidente il problema psicofisico del ragazzino.

Di fatto si pretende che le piattaforme basate sugli user generated content diventino interamente responsabili per le azioni e le possibili violazioni dei loro utenti. Follia. O meglio completa ignoranza dell'argomento preso in esame.

Derubricare il provvedimento come un esempio di scarsa cultura digitale vorrebbe dire semplificare un problema che affligge non solo una larga parte del Paese, ma che non risparmia neppure le élite legislative.

Il tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google accusati di diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto. Si tratta del primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web.

Ad un passo dall'invasione 24.02.10

Siamo negativamente colpiti dall’'odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google Inc. Per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi.
Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet service provider.

Il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore.
Il Segretario di Stato Hillary Clinton lo scorso 21 gennaio ha affermato con chiarezza che Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere. In tutte le nazioni è necessario prestare grande attenzione agli abusi. Tuttavia, eventuale materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale.

Così David Thorne, ambasciatore USA in Italia, sulla sentenza italiana che ha condannato Google.

Internet da telecomando 02.11.09

Fino a quando non decideremo di fare un downshifting del web, portarlo dalla ricchezza alla semplicità francescana, non so quanti non user riusciremo ancora a portare dentro. E non è una questione di usabilità, almeno non come la intendiamo correntemente. I criteri che adottiamo forse sono ancora troppo complicati per le persone (e sono tante) che non mettono i numeri in memoria del cellulare perché è un processo troppo complesso. E per un pubblico che, lo vediamo benissimo, ha pochissimo interesse per il web e al quale dobbiamo spiegarlo semplice semplice. Esagero: serve un web fatto a telecomando, quattro bottoni e basta, pochissime funzioni ma sostanziali. Un web più stupido che non richieda esperienza né "intelligenza" da parte dell'utente.

Non possiamo comunicare a queste persone basandoci sulla fascinazione delle illimitate potenzialità, della potenza, in fondo della complessità. Mi immagino la costruzione e la comunicazione di siti che facciano una cosa sola, fatta bene e detta in modo semplice. Al limite del banale: banale per noi, ma per loro potenzialmente rivoluzionario. Insomma, quelli che potevamo prendere con un approccio di intelligenza e di rivoluzione mi sa che li abbiamo presi. Non è che per prendere gli altri dobbiamo essere un po' più stupidi?

Via Apogeonline.

Digital divide 28.05.07

Nessuno dei miei amici che frequento di solito ha un blog.
Nessuno di loro utilizza social network.
Qualcuno ogni tanto chatta. Ogni tanto.
La maggioranza di loro non ha la più pallida idea di cosa sia un feed RSS, né ha familiarità con Flickr, Twitter, Digg o del.icio.us.
Neppure uno sa dell'esistenza del web 2.0.

Eppure tutti loro hanno accesso alla banda larga.